Il Mac Minimalista

Il Mac Minimalista


  • Nuova sistemazione

    Per chi seguisse questo blog tramite la Dashboard di Tumblr, be’, vi avviso che Il Mac Minimalista non è più ospitato su Tumblr. Per raggiungerlo, d’ora in avanti, dovrete andare all’indirizzo www.ilmacminimalista.it.

    Posted 11 mesi fa by diegopetrucci

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  • E osate chiedermi perché uso un Mac?

    Immagine originale (e ingrandita) qua.


    Ispirato da Merlin Mann.

    Posted 11 mesi fa by diegopetrucci

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  • Di email, stili di risposta e attenzione alle persone

    Nota: consiglio a tutti di seguire il profilo su Twitter di Il Mac Minimalista, nel caso non lo stiate già facendo.


    Il prolifico Ben Brooks di The Brooks Review qualche giorno fa ha scritto un esaustivo articolo riguardo i vari stili di risposta nelle email e su quale è ricaduta la sua scelta. Nonostante abbia usato lo stile Top Posting per anni, ha optato per lo stile Interleaved. Leggendo le sue considerazioni ho deciso di fare lo stesso.

    Top Posting significa scrivere la propria risposta al di sopra delle vecchie email. Questo stile è usato dalla maggioranza (schiacciante) delle persone, ma dietro alla sua semplicità si nascondono vari difetti. Anche se non crea problemi al momento dell’invio della risposta, non poche difficoltà sono riservate nel caso uno cerchi di scorrere una conversazione a ritroso per capirne l’andamento. Inoltre, nel caso che nella email a cui dobbiamo fornire risposta siano presente varie domande, è molto difficile porre le risposte in modo tale che siano facilmente capibili. Infine - dettaglio da non sottovalutare - non è raro che nel caso di una domanda del tipo “Preferisci A o B?” il ricevente risponda “Perfetto!”. Qualunque sia la motivazione (distrazione?) dell’ambigua risposta, è difficile inviare un’ulteriore email ponendo nuovamente la stessa domanda - la probabilità di passare per rudi è molto alta.

    L’altro stile di risposta - quello adottato da Ben - è chiamato Interleaved. Esso consiste nel rispondere, invece che sopra, sotto alla precedente email, possibilmente suddividendola per argomenti. Nonostante gli abbondanti pregi (maggiore leggibilità su tutti), anche questa tipologia di risposta si porta dietro alcuni difetti - anche se in misura minore rispetto a Top Posting. Primo fra tutti è la possibilità che il ricevente non “capisca” questo stile. Anche se fino ad adesso questo non è capitato né a me né a Ben, non è detto che non possa succedere. Infatti il risultato della nostra esperienza è viziato dal grado di conoscenze informatiche dei nostri contatti. Altro difetto dello stile sta non nel metodo stesso ma in colui che ne va a fare uso: non è detto che le parti citate siano scelte così accuratamente, col risultato di aumentare la confusione.

    Entrambi i metodi hanno perciò vantaggi e svantaggi, ma come unire l’immediatezza del Top Posting all’accuratezza dell’Interleaved?

    In pieno spirito Hegeliano 1, è possibile creare una sintesi tra i due metodi cercando di limitare il più possibile i difetti. Ipotizziamo di ricevere una email del tipo:

    Ciao Diego, è tanto che non ci sentiamo! guarda quasi non saprei riconoscerti se ti vedessi per strada. Che ne dici di prendere un caffè assieme? Che dici, andiamo al bar Mela o facciamo un salto al Ciclo Infinito? Mi hanno consigliato quel posto, dice che abbia un’atmosfera “magica”.

    Come è possibile rispondere accuratamente evitando possibili confusioni? Come prima mossa è utile suddividere le varie risposte secondo argomenti:

    Ciao Diego, è tanto che non ci sentiamo! guarda quasi non saprei riconoscerti se ti vedessi per strada.

    Davvero, che vergogna non esserci visti più spesso. Dobbiamo rimediare!

    Che ne dici di prendere un caffè assieme? Che dici, andiamo al bar Mela

    Per me va benissimo, sai che non posso rifiutare un’offerta del genere.

    o facciamo un salto al Ciclo Infinito? Mi hanno consigliato quel posto, dice che abbia un’atmosfera “magica”.

    Davvero? Non lo conosco, sembra bello.. Ma, per adesso, preferirei andare sul sicuro.

    L’email di risposta è già molto più snella - e soprattutto accurata, ma non è ancora sintetizzata al massimo. Una versione più minimale potrebbe essere:

    è tanto che non ci sentiamo!

    Davvero, che vergogna non esserci visti più spesso. Dobbiamo rimediare!

    Che ne dici di prendere un caffè assieme al bar Mela?

    Per me va benissimo, sai che non posso rifiutare un’offerta del genere.

    o facciamo un salto al Ciclo Infinito? Mi hanno consigliato quel posto

    Davvero? Non lo conosco, sembra bello.. Ma, per adesso, preferirei andare sul sicuro.

    L’email ora è perfettamente comprensibile e ridotta ai minimi termini. Ho tagliato fin troppo certe parti, ma l’ho fatto solo per potervi mostrare la tecnica.

    I pregi di questo tipo di risposta sono evidenti e difficilmente riuscirete a trovare un difetto. Anzi, uno, a dire la verità, ci sarebbe: il tempo impiegato a fare questo tipo di “lavoro”. Perché spendere tempo per curare una semplice email? Ne mandiamo decine al giorno, non sarebbe meglio occupare quei secondi in più in un modo più profittevole?

    Qui entriamo nel campo della soggettività, ma mi sento di fornire una risposta. Come ogni cosa che viene curata al dettaglio, queste risposte forniscono una chiara immagine al ricevente: un’immagine di una persona che ci tiene. Quante email scritte in quattro e quattr’otto avete ricevuto negli ultimi tempi? Non vi ha dato noia, non vi ha dato l’idea che il mittente non fosse interessato più di tanto a voi? E, invece, quando avete ricevuto una bella email dedicata esclusivamente a voi, non vi si è ingrandito un po’ l’ego?

    Le email sono un tipo di conversazione, e come ogni interazione tra umani vanno curate. Chi riceve la vostra email non è una macchina: è una persona che prova emozioni e ha sbalzi di umore. Se potete far vedere che tenete a lei, perché non farlo? Sono davvero sprecati quei trenta secondi in più che impiegate a levigare la vostra risposta?

    John Gruber, sull’argomento:

    Scrivere una email è come scrivere un articolo. Cita solo le parti importanti, ponendo le tuo risposte tra le varie citazioni. Non citare niente dal messaggio originale se non strettamente necessario.

    […]

    Ci vuole del tempo per modificare le porzioni di testo citato da includere nella tua risposta? Sì. Così come ci vuole del tempo per controllare la grammatica e la sintassi di quello che scrivi. Ci vuole del tempo anche a farsi la doccia e lavarsi i denti ogni giorno.

    Credo di avervi convinto - e se non ci fossi riuscito non c’è alcun problema, ma voglio dilungarmi ancora un attimo sul fattore tempo “sprecato”.

    Recentemente ho passato al setaccio la mia casella di posta al fine di ripulirla. Ho eliminato il 90% delle mailing list a cui ero iscritto e ho impostato vari filtri per focalizzare al meglio la mia attenzione sui messaggi importanti. Il rilascio di Priority Inbox da parte di Google, poi, è stato un dono di Dio. Ormai in poco meno di cinque secondi so esattamente cosa devo fare con le mie email, mentre prima spendevo parecchi minuti al giorno solo per scandagliare i messaggi al fine di capire le mie priorità.

    Questi cambiamenti mi hanno regalato una grande porzione di tempo che posso impiegare in altre attività, ciò nonostante ho deciso di reinvestirne parte proprio nelle mail. La differenza principale è che sono passato a spendere del tempo a gestire le email a spendere del tempo a curare le mie risposte.

    Detto in parole povere: rispondo di più - e meglio. E gli effetti si vedono.


    Aggiornamento delle 12:32: Koolinus mi consiglia questa pagina che, come dice lui, esiste da parecchio tempo. La lettura è d’obbligo, si integra perfettamente con lo stile Interleaved - ne è un po’ il genitore, direi.


    1. Per chi ne volesse sapere di più, consiglio la sezione a riguardo su Wikipedia. ↩

    Posted 11 mesi fa by diegopetrucci

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  • ”I prodotti Apple sono caratterizzati dalle funzioni che non hanno quanto dalle funzioni che hanno.

    Jeff Yang

    Posted 11 mesi fa by diegopetrucci

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  • La settimana dedicata al pensare

    Bill Gates, quando ancora guidava la Microsoft, si accorse che non c’era bisogno che sapesse tutto. Aveva capito che esistevano i subordinati per questo. Ciò nonostante apprezzava l’importanza di prendere un po’ di tempo e dedicarlo ad imparare le cose che essi sapevano e ad assorbire il loro pensiero creativo. Organizzava del tempo per ascoltare i propri dipendenti e le loro idee. Del tempo per pensare, per ponderare la direzione in cui sarebbe dovuta andare la Microsoft. Il Wall Street Journal ha parlato della sua annuale “settimana dedita al pensare” qualche anno fa. Questo concetto ha colpito la mia immaginazione.

    Essenzialmente, una volta all’anno per molti anni, Gates è andato in una sorta di ritiro spirituale (dedicato esclusivamente al pensare, riguardo tutto). 1

    L’idea di una settimana di isolamento dedita alla ponderazione è un’idea geniale, degna di chi l’ha inventata. Permette di dedicare un po’ di tempo quella attività che nonostante sia la più importante nella nostra vita, poco tempo le viene dedicato, spesso per fare spazio a mansioni più “mondane”, più pratiche.

    È vergognoso che l’unico lasso di tempo in cui lasciamo la nostra mente libera di vagheggiare è durante la quotidiana doccia. Eppure a tutti sarà capitato di avere avuto un’idea geniale, di aver risolto un problema, o quant’altro, proprio mentre si insaponava. Soli quindici minuti di “mente libera” posso cambiare radicalmente la nostra giornata.

    Pensare è vitale. Ovviamente il pensiero non può essere lasciato completamente libero, è facile perdersi in dettagli dalla dubbia utilità. Con un minimo di disciplina, però, la nostra mente può fare miracoli. È palese, eppure continuiamo a fregarcene.


    1. Citazione tratta da Creative Thinking Matters. ↩

    Posted 11 mesi fa by diegopetrucci

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  • Distrazione & distrazioni

    Questo articolo è la traduzione (a cura di Laura Dossena di A distracting Article About Digital Distractions, scritto da MG Siegler su Techcrunch.

    Come mi ha scritto Laura, c’è da far notare che il sistema scolastico americano è differente da quello italiano, sia nella forma che nelle modalità di insegnamento. Ma, nonostante il ragionamento dell’autore non possa essere applicato anche alla situazione italiana, penso che non sia troppo difficile capire il significato senza far perdere forza alle tesi.


    Stamattina ho acceso l’iPad per leggere un pezzo del New York Times intitolato Growing Up Digital, Wired for Distraction. Dopo qualche centinaio di parole, ho mandato un tweet per segnalare l’articolo. Quindi, realizzando che si trattava di circa 4.000 parole, mi sono preso una pausa per dare un’occhiata a Twitter. E a Facebook. E alla posta elettronica. E a Yammer. Ho letto altre altre 1.000 parole circa, prima che mi arrivasse una notifica push di Instagram. Sono andato a vedere. E poi, finalmente, ho finito di leggere.

    Si tratta, più o meno, della mia modalità standard di lettura di questi tempi. Mi ci è voluto un po’ per abituarmi, ma ora mi trovo bene: e, sempre di più, è destino che le cose funzionino così, che ci piaccia o meno.

    Nel pezzo del NYT sono presenti due posizioni principali, anche se non vengono esplicitate: 1) Che il diciassettenne Vishal Singh sta, in effetti, sta derivando qualcosa di educativo e di significativo dalla sua dipendenza dalla tecnologia. 2) Che, prima o poi, qualcuno riuscirà a trovare qualche tipo di cura per questo “sovraccarico” digitale.

    Non esiste una cura. Semmai, il problema è destinato ad aggravarsi. Le alternative, quindi, sono: a) lamentarci fino alla nausea di quanto sia dannoso per la società, oppure b) adattarci e modificare alcuni dei concetti fondamentali dietro l’idea di apprendimento.

    Quest’ultima posizione, per alcuni, non sarà facile da accettare; penso, in particolare, ai genitori. Io non ho figli, ma non sono passati troppi anni da quando ero un ragazzino io stesso. Non sono cresciuto in un mondo in cui tutti giravano con un computer in tasca (gli smartphone di oggi), ma vorrei tanto che fosse stato così; invece, durante gli anni del liceo, ho visto i cercapersone fare spazio ai primi veri telefoni cellulari (non quelli alla Zack Morris/Gordon Gekko, per capirci); tutti, però, avevano già a casa un computer connesso a Internet.

    All’epoca, Internet era un posto magico. Lo è ancora: anzi, con tutti questi nuovi modi di accesso e di utilizzo, lo è ancora di più. Mi verrebbe istintivo andarci piano con un’affermazione di questo genere, ma non riesco a trovare un vero motivo per farlo, quindi lo dirò e basta: ho decisamente imparato di più su Internet che frequentando le superiori.

    Le scuole superiori, almeno quando ci sono andato io, avevano molto più a che fare con l’acquisire competenze “sociali” che informazioni didattiche. Il lato educativo assomigliava più che altro a un grande gioco, di cui era necessario imparare le regole al meglio per poter accedere a una buona università. Si trattava di memorizzare nozioni per un test che e poi scordarle una settimana dopo, e di scoprire come fare i compiti nei dieci minuti tra un’ora e l’altra. I miei ricordi delle superiori hanno praticamente solo a che fare con i momenti trascorsi con gli amici; e so che non sono l’unico.

    Un grosso problema, con la didattica delle superiori, è che ti viene imposto di seguire materie che non ti interessano affatto. Mi rendo conto che l’idea è fare di te una persona più “completa”, dandoti la possibilità di scoprire interessi insospettabili. Ma questa è la mentalità di un mondo non-connesso: mi sentirei di dire che moltissimi studenti, oggi, sanno perfettamente quali sono le loro passioni in un’età parecchio precoce, proprio grazie a Internet. Ragazzini come il già citato Singh scoprono di amare l’editing video e la cinematografia non a scuola, ma attraverso il Web e la tecnologia. E la scuola, anziché stimolare questa passione, vuole che seguano un corso di Latino. Sì, avete capito bene, Latino.

    Non sorprende che sia proprio il professore di Latino di Singh il più preoccupato dalle distrazioni rappresentate dalla tecnologia, visto che la sua materia era esponenzialmente più utile nel 10 d.C. di quanto lo sia oggi, nel 2010 d.C.

    Altri insegnanti citati nell’articolo, a dire la verità, sembrano molto più aperti ai possibili impieghi della tecnologia a scopi didattici. Per come la vedo io, è l’unica strada: si può anche tentare di eliminare l’uso della tecnologia nelle classi, ma state certi che troverà il modo di rientrare. O che i ragazzi troveranno il modo di uscire. Resistance is futile.

    A essere in qualche modo ridicolo è anche il fatto che tutto questo suona molto come la crociata contro la televisione di qualche anno fa. E, probabilmente prima ancora c’era stata quella contro la radio, e via così. Le nuove tecnologie continueranno a incrociare la nostra strada, e a modificare il mo(n)do in cui viviamo. Far finta che non esistano, o dare automaticamente per scontato che siano negative e che porteranno alla corruzione delle giovani menti, è ridicolo. Accogliere il cambiamento e adattarsi è la chiave: non vedo un solo motivo valido per cui tutti questi grandiosi strumenti non possano aiutarci a imparare di più, anziché di meno.

    Mi vengono anche in mente le dichiarazioni di Bill Gates alla conferenza Techonomy dell’agosto scorso, giusto per ampliare l’idea dell’apprendimento via Internet anche all’università. “Tra cinque anni, sul Web saranno disponibili gratis i migliori materiali didattici al mondo, meglio che in qualsiasi università”. Facile da dire per uno che il college non l’ha mai finito e che è diventato l’uomo più ricco del mondo. Ma, con ogni probabilità, ha ragione lui.

    Alcuni dovranno recarsi presso le strutture che dispensano un’educazione superiore per avere accesso a strumenti che, altrimenti, non sarebbero alla loro portata. Il valore di un buon insegnante/professore è indubitabile; e alcune persone sicuramente continueranno a beneficiare della combinazione tra socialità e didattica strutturata. Ma non tutti apprendono nello stesso modo.

    Se voi siete fatti diversamente, perché non dovreste avere la possibilità di acquisire la vostra educazione sul Web? Perché ci sono troppe distrazioni? Ma per piacere. Apparentemente, quelle distrazioni non sono un problema per Singh quando fa quel che ama (cinematografia) e contemporaneamente quel che gli viene imposto di fare (Latino). Interessante, no?

    Posted 12 mesi fa by diegopetrucci

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  • I podcast di 5by5 - come impiegare in modo fruttuoso il tempo altrimenti sprecato

    Da quando frequento l’Università di Pisa sono costretto a fare più di due ore di viaggio seduto sui sudici sedili di Trenitalia, ogni singolo giorno. Ho pensato più volte a come meglio impiegare questo tempo: ho provato a studiare, a scrivere per Il Mac Minimalista, a leggere articoli di Instapaper, ma nessuna di queste alternative mi ha mai conquistato per più di qualche giorno.

    Il problema più grande è che - soprattutto di mattina - non posso assolutamente permettermi di appisolarmi e “saltare” la stazione giusta. Come fare allora a rimanere sveglio e utilizzare degnamente le due ore a mia disposizione? Ho individuato il mio Graal nei Podcast, in particolare quelli 5by5.

    5by5 è un progetto di broadcasting diretto da Dan Benjamin, un ex (credo) programmatore. Per la maggior parte vengono discusse le ultime novità nel campo Apple e della tecnologia (The Talk Show, Build & Analyze, Hypercritical), ma ci sono eccezioni come Latest in Paleo, interessante trasmissione riguardante la “nuova” dieta Paleo, o Back to Work con Merlin Mann, riguardante temi come produttività, concentrazione, modi di lavorare e motivazione.

    Anche nel caso non siate pendolari come me vi consiglio di provare a inserire nelle vostre giornate l’ascolto di qualche podcast. Magari mentre lavate i piatti o fate altre mansioni ripetitive che non richiedono l’impiego attivo del cervello. Trovo che siano una fonte di punti di vista e di discussioni molto più approfondite degli articoli che vengono scritti sui vari blog di settore, lo stesso Talk Show con Gruber è un’esperienza più intensa della semplice lettura di Daring Fireball.

    Posted 12 mesi fa by diegopetrucci

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  • Dialvetica - l’applicazione “Telefono” sotto steroidi

    Scrivevo tempo fa nell’introduzione alla recensione di Calvetica:

    Uno dei punti forti di iOS, sia su iPhone che su iPad, è l’immediatezza d’uso. Infatti chiunque anche senza precedenti esperienze nel mondo dei computer riesce ad usare le applicazioni native di questi dispositivi senza sforzo. Il motivo è presto detto: queste app hanno le funzionalità ridotte all’osso. Ovviamente le dimensioni ridotte del display contano, ma basta fare un confronto tra un app come le Note e il famoso Word per capire che c’è un’abisso tra i due. Per questo difficilmente compaiono nell’Appstore degni sostituti delle applicazioni native; io ad esempio non ne ho ancora viste. Almeno fino ad oggi.

    A suo tempo Calvetica portò una grande spruzzata di quel mix micidiale (in senso positivo, eh) di Helvetica, tonalità rosse e biance, e, infine, minimalismo spinto. Applicazione utilissima di cui sono ancora un utente affezionato, ha saputo superare l’hype che l’ha preceduta e conquistarsi un posto di diritto tra le app “fondamentali”.

    Calvetica è ormai pressoché perfetta e il suo sviluppo è stato rallentato enormemente, ma gli sviluppatori non si sono fermati. Si sono messi a ripensare l’applicazione nativa “Telefono” cercando di superarne i (pochi) limiti. Ci saranno riusciti con Dialvetica (link AppStore)?

    Con Dialvetica sono state abbandonate le tonalità calde rosseggianti per un più freddo - ma non per questo brutto - verdognolo, che fa la sua discreta figura contro il sempre presente “bianco minimalista”.

    Design a parte, quali sono i problemi che risolve Dialvetica? Cos’era che non andava in “Telefono”? Un po’ di cose.

    • A meno che il numero non sia salvato nei “Preferiti”, ci voglio parecchi tocchi per raggiungere il contatto scelto. Un esempio: Telefono > Contatti > tocco sulla lettera (se si è dotati di mani precise) > breve scorrimento per trovare il contatto giusto > tocco sul contatto > tocco sul numero di telefono da chiamare. Dialvetica, invece, grazie alla presenza del tastierino permette con la pressione di due-tre lettere al massimo di raggiungere il contatto desiderato e, automaticamente, chiamarlo. Le lettere, poi, non devono nemmeno essere premute sequenzialmente, ma va bene anche in ordine sparso.

    • La scelta dei “Preferiti” su “Telefono” è manuale, Dialvetica invece possiede un algoritmo che determina i numeri più importanti e li pone nelle prime posizioni (sia della schermata iniziale sia per ogni lettera premuta).

    • “Telefono” non permette un veloce passaggio dalla chiamata all’SMS o ad una email. Certo, è possibile compiere queste operazioni, ma non è così facile. Dialvetica propone alla destra del nome del contatto due piccole icone che aggiungono le due funzioni desiderate.

    Voglio chiarire un dettaglio, prima di continuare. Questi tre che ho elencato non sono grossi difetti. Un utente normale non si lamenterà mai dell’applicazione “Telefono” in quanto essa è sufficientemente buona. Sufficientemente buona, però, non significa che sia la miglior soluzione possibile.

    Dialvetica è forse la migliore soluzione al problema di poter chiamare e/o mandare un SMS o una mail a determinati contatti nel minor tempo possibile. Non sostituisce né “Messaggi” né “Telefono”, ma li integra e li migliora enormemente.

    Dopo qualche mese di uso ho relegato l’applicazione Telefono ad una cartella della seconda pagina, SMS è rimasta in bella vista nella prima pagina ma non è più presente nel Dock, sostituita da Dialvetica.

    Visto il costo ridotto - 1,59€ - il mio consiglio è di acquistare Dialvetica senza pensarci due volte, ma posso capire i dubbi rispetto ad un’applicazione che risolve problemi “lievi”.

    Posted 12 mesi fa by diegopetrucci

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  • Cosa diavolo è il minimalismo

    Tempo fa vi presentai Androide Minimalista, blog gestito dalla brava Elisa. Nonostante l’inizio contraddistinto da contenuti un po’ “acerbi”, recentemente ho notato un enorme miglioramento, sia a livello di contenuti che di scoperta della “voce personale”. Gli inglesi descriverebbero lo stato attuale del suddetto blog con un eloquente “Elisa is on fire” (“è a fuoco”, ovvero è in un momento di grande ispirazione).

    Lungi da me provare a nascondere il pizzico di invidia che provo nei confronti di Elisa, in questo periodo di “magra” di contenuti per Il Mac Minimalista 1. La vedo ogni giorno pubblicare articoli interessantissimi e con punti di vista nuovi, è davvero splendido il lavoro che sta portando avanti.

    Qualche giorno fa Elisa si è interrogata sul concetto di minimalismo, la filosofia che si porta dietro e, soprattutto, le pratiche ad esso associate. In particolare:

    L’assenza di legami materiali e l’accumulo compulsivo sono due opposti, ma non accade spesso che gli opposti coincidano? Eliminare tutto non rischia di diventare una forma di autoprotezione, autocompiacimento ed autoillusione come il circondarsi di oggetti?

    Passare da un minimalismo “pratico” ad un minimalismo “talebano” è un batter d’occhio. Non ci vuole tanto a far diventare la semplificazione un fine invece che trattarlo come un semplice mezzo per raggiungere uno scopo. Lo scopo di essere minimalisti non è essere il minimalista più minimalista (che cosa stupida!), ma il diventare persone migliori.

    Tra l’altro ho già parlato di come in tanti casi la semplificazione non sia la strada giusta da percorrere. Attenzione attenzione, può capitare che per semplificare si debba perfino rendere un sistema più complesso!

    Continua, Elisa:

    Ma la vita non è semplice, quasi mai. Ci sono persone, impegni, necessità, richieste. Puoi eliminare quelle inutili, puoi sfoltire l’agenda, puoi fare downshifting, decluttering e tutto il resto(ing)… ma la vita resta un casino. Non puoi (non vuoi!) eliminare gli affetti e le amicizie, e dunque ci sarà sempre qualcuno che non fai in tempo a vedere e qualcun altro che devi correre per incontrare, qualche telefonata a cui non riesci a dedicare il tempo e la calma che meriterebbe e qualche conversazione che non puoi, semplicemente non puoi, interrompere anche se vorresti.

    In un mondo ideale il mondo si adatterebbe ai nostri orari e le nostre esigenze. Nel mondo reale siamo noi a doverci adattare. Certo, possiamo attuare cambiamenti - come quelli descritti da Elisa - al fine di diminuire lo stress, il carico di lavoro o quant’altro. Ma ci sarà sempre qualcosa che andrà storto. Ci sarà sempre qualcosa su cui dovremo essere sempre aggiornati ma che elimineremmo dalla nostra vita, se solo potessimo. Spostandoci nell’area della tecnologia, per quanto si riducano le fonti di distrazione e i nostri sistemi, ci sarà sempre un problemuccio che spunterà fuori dal nulla. O ancora, ci sarà sempre una nuova news di cui siamo interessati che non possiamo perdere assolutamente!

    Come resistere a tutte le interruzioni? Come è possibile gestire la nostra “fame di nuovo e luccicante” mentre lavoriamo? Io ho trovato una risposta. Ho scoperto che è tempo di lasciare andare. Può sembrare una soluzione ingenua e palese, ma l’unica soluzione è scrollarsi di dosso i problemi e “staccarsi” dal mondo per un po’ di tempo.

    Di nuovo Elisa:

    L’entropia di un universo vivente può essere ridotta, ma non invertita.

    C’è da fare una precisazione riguardo questa frase. Scientificamente parlando, l’entropia (che è una misura del disordine di un sistema) procede verso una sola direzione: l’aumento di disordine. Ci sono, però, casi di ordine che emergono da sistemi disordinati. Gli esseri viventi, ad esempio. Strutture altamente ordinate che per cambiamenti minimi possono smettere di funzionare. Ciò non combacia con il concetto di entropia. Il paradosso ciò nonostante è solo apparente, in quanto gli esseri viventi per mantenere l’ordine interno creano un disordine più grande all’esterno di essi. Mi limito a questa spiegazione approssimativa altrimenti rischio di tediarvi e di andare fuori tema.

    Cosa significa allora in termini pratici tutto questo? Significa che per ogni scelta che compiamo che porta ad una riduzione del disordine (o della complessità) di un sistema inevitabilmente andremo ad aumentare il disordine in un altro. Pur bravi che si possa essere, il “disordine accumulato” all’esterno non scompare ma viene solo nascosto e il pericolo che ritorni è alto.

    Ciliegina sulla torna, Elisa conclude i suoi ragionamenti con una delle più ispirate (e giuste!) frasi che abbia mai letto:

    l mio minimalismo non ha sale bianche senza mobili, non mi permette di infilare tutti i miei averi in uno zaino, non mi consentirebbe di abbandonare il lavoro in ufficio e vivere viaggiando per il mondo. Il mio minimalismo è un’approssimazione, un limite che non si raggiunge, qualcosa che esiste dentro di me, sfugge alle definizioni e con me si adatta alla vita, cercando l’essenza in ogni forma e l’equilibrio tra ogni estremo.



    1. Colpa dei primi esami Universitari. Mi dispiace. ↩

    Posted 12 mesi fa by diegopetrucci

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  • Sospensione della pubblicazione

    Causa esame la pubblicazione riprenderà normalmente da Martedì 1 Febbraio.

    Posted 1 anno fa by diegopetrucci

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Cos'è Il Mac Minimalista

Il Mac Minimalista è un blog sui mac e il minimalismo, e su come questi due campi apparentemente diversi possano fondersi.

Se questa è la tua prima visita ti consiglio di leggere la pagina di presentazione.

Per seguire il blog, oltre al Feed, puoi aggiungere il profilo su Twitter e Facebook.

Il Mac Minimalista è gestito da Diego Petrucci. Per contattarmi, scrivimi su Twitter.

©2010. Postage by Greg Cooper. Icons by P.J. Onori. Thanks to Jamie Cassidy & Panic.

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