Tempo fa vi presentai Androide Minimalista, blog gestito dalla brava Elisa. Nonostante l’inizio contraddistinto da contenuti un po’ “acerbi”, recentemente ho notato un enorme miglioramento, sia a livello di contenuti che di scoperta della “voce personale”. Gli inglesi descriverebbero lo stato attuale del suddetto blog con un eloquente “Elisa is on fire” (“è a fuoco”, ovvero è in un momento di grande ispirazione).
Lungi da me provare a nascondere il pizzico di invidia che provo nei confronti di Elisa, in questo periodo di “magra” di contenuti per Il Mac Minimalista 1. La vedo ogni giorno pubblicare articoli interessantissimi e con punti di vista nuovi, è davvero splendido il lavoro che sta portando avanti.
Qualche giorno fa Elisa si è interrogata sul concetto di minimalismo, la filosofia che si porta dietro e, soprattutto, le pratiche ad esso associate. In particolare:
L’assenza di legami materiali e l’accumulo compulsivo sono due opposti, ma non accade spesso che gli opposti coincidano? Eliminare tutto non rischia di diventare una forma di autoprotezione, autocompiacimento ed autoillusione come il circondarsi di oggetti?
Passare da un minimalismo “pratico” ad un minimalismo “talebano” è un batter d’occhio. Non ci vuole tanto a far diventare la semplificazione un fine invece che trattarlo come un semplice mezzo per raggiungere uno scopo. Lo scopo di essere minimalisti non è essere il minimalista più minimalista (che cosa stupida!), ma il diventare persone migliori.
Tra l’altro ho già parlato di come in tanti casi la semplificazione non sia la strada giusta da percorrere. Attenzione attenzione, può capitare che per semplificare si debba perfino rendere un sistema più complesso!
Continua, Elisa:
Ma la vita non è semplice, quasi mai. Ci sono persone, impegni, necessità, richieste. Puoi eliminare quelle inutili, puoi sfoltire l’agenda, puoi fare downshifting, decluttering e tutto il resto(ing)… ma la vita resta un casino. Non puoi (non vuoi!) eliminare gli affetti e le amicizie, e dunque ci sarà sempre qualcuno che non fai in tempo a vedere e qualcun altro che devi correre per incontrare, qualche telefonata a cui non riesci a dedicare il tempo e la calma che meriterebbe e qualche conversazione che non puoi, semplicemente non puoi, interrompere anche se vorresti.
In un mondo ideale il mondo si adatterebbe ai nostri orari e le nostre esigenze. Nel mondo reale siamo noi a doverci adattare. Certo, possiamo attuare cambiamenti - come quelli descritti da Elisa - al fine di diminuire lo stress, il carico di lavoro o quant’altro. Ma ci sarà sempre qualcosa che andrà storto. Ci sarà sempre qualcosa su cui dovremo essere sempre aggiornati ma che elimineremmo dalla nostra vita, se solo potessimo. Spostandoci nell’area della tecnologia, per quanto si riducano le fonti di distrazione e i nostri sistemi, ci sarà sempre un problemuccio che spunterà fuori dal nulla. O ancora, ci sarà sempre una nuova news di cui siamo interessati che non possiamo perdere assolutamente!
Come resistere a tutte le interruzioni? Come è possibile gestire la nostra “fame di nuovo e luccicante” mentre lavoriamo? Io ho trovato una risposta. Ho scoperto che è tempo di lasciare andare. Può sembrare una soluzione ingenua e palese, ma l’unica soluzione è scrollarsi di dosso i problemi e “staccarsi” dal mondo per un po’ di tempo.
Di nuovo Elisa:
L’entropia di un universo vivente può essere ridotta, ma non invertita.
C’è da fare una precisazione riguardo questa frase. Scientificamente parlando, l’entropia (che è una misura del disordine di un sistema) procede verso una sola direzione: l’aumento di disordine. Ci sono, però, casi di ordine che emergono da sistemi disordinati. Gli esseri viventi, ad esempio. Strutture altamente ordinate che per cambiamenti minimi possono smettere di funzionare. Ciò non combacia con il concetto di entropia. Il paradosso ciò nonostante è solo apparente, in quanto gli esseri viventi per mantenere l’ordine interno creano un disordine più grande all’esterno di essi. Mi limito a questa spiegazione approssimativa altrimenti rischio di tediarvi e di andare fuori tema.
Cosa significa allora in termini pratici tutto questo? Significa che per ogni scelta che compiamo che porta ad una riduzione del disordine (o della complessità) di un sistema inevitabilmente andremo ad aumentare il disordine in un altro. Pur bravi che si possa essere, il “disordine accumulato” all’esterno non scompare ma viene solo nascosto e il pericolo che ritorni è alto.
Ciliegina sulla torna, Elisa conclude i suoi ragionamenti con una delle più ispirate (e giuste!) frasi che abbia mai letto:
l mio minimalismo non ha sale bianche senza mobili, non mi permette di infilare tutti i miei averi in uno zaino, non mi consentirebbe di abbandonare il lavoro in ufficio e vivere viaggiando per il mondo. Il mio minimalismo è un’approssimazione, un limite che non si raggiunge, qualcosa che esiste dentro di me, sfugge alle definizioni e con me si adatta alla vita, cercando l’essenza in ogni forma e l’equilibrio tra ogni estremo.
Colpa dei primi esami Universitari. Mi dispiace. ↩
©2010. Postage by Greg Cooper. Icons by P.J. Onori. Thanks to Jamie Cassidy & Panic.
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